Ho
visto Mulholland Drive in ritardo rispetto alla data di uscita;
conoscevo poco Lynch. Velluto blu, Dune e Twin Peaks. Lessi per caso
che Murakami era una sorta di Lynch della narrativa. Sono tornata a
lui così; dalla letteratura, dalla significanza del particolare. Il
mio amore per Murakami, vera elezione dell’anima, mi ha condotta a
Lynch. Ho ripercorso tutti i suoi film, visti e non visti, noti e
meno noti. Mulholland Drive resta per me la summa, il capolavoro; il
film che più mi ha toccata, smossa, franata, schiantata.
Parcellizzata e ricomposta. Mi sono interrogata a lungo sul perché.
In
principio pensavo che dipendesse esclusivamente dal mio percorso
esistenziale. La terapia psicanalitica, la necessità di andare
sempre nel profondo; la paura di perdermici. Ho modificato in parte
questo pensiero. Lynch si è sempre rifiutato di fornire
un’interpretazione del film, che rimane una possente
rappresentazione onirica, un’esperienza emotiva ed emozionale non
decodificabile appieno attraverso un approccio razionale e cognitivo.
L’unica possibilità di goderne è dunque di affidarcisi. Un flusso
di coscienza. Un atto difficile, almeno per me. Un atto di fiducia,
di compassione, quella che mi ha consentito di amare nel profondo
Mulholland Drive.
Di
sicuro le mie esperienze pregresse, le mie conoscenze e le mie
predilezioni hanno supportato il processo. Ma senza la compassione
sarebbe stata una fruizione sterile; forse esteticamente appagante,
interessante dal punto di vista ermeneutico; ma sempre anaffettiva e
non così totalizzante. Difficile ripercorrere questa immersione
nell’inconscio, un inconscio individuale e collettivo. La
sensazione di un mondo prerazionale, montato da una mente che è
razionale. Abitato da uomini neri che appaiono improvvisi e causano
lo svenimento di chi li sognava e anche uno scuotimento di chi guarda
e sente quell’emozione.
Un
mondo fanciullesco, che spaura. Per non parlare della molteplicità
dei #D“tempi”. Il tempo dilatato del sogno e quello sincopato del
reale. Il tempo lento e costante della coscienza; quello
dell’immagine. Il tempo e la sua consequenzialità logica non hanno
più importanza in Lynch. La scansione lineare si fonde con quella
circolare. Storia e Coscienza. Le dicotomie sono tante, così come
molteplici le soglie da attraversare. Veglia e sonno. Vero e
verosimile. Uno e doppio. Verità e inganno. Desiderio e reale.
Narrazione e metanarrazione. Sogno o allucinazione?
Lo
straniamento è imprescindibile. Il culmine abita al Club Silencio.
Non riesco a non piangere con Betty e Rita alle note a cappella di
Llorando. La cantante sviene e la canzone non si arresta. Era un
playback. “No hay banda”, dice Rita. E lo dice anche il
presentatore; illusionista, illusione. “Silencio” è la parola
che chiude il film. Una rappresentazione, come la vita, sulla quale
il sipario cala. Sempre e comunque.
Alessia Spigariol






